Una carriera internazionale passando da product managent per arrivare all’ESG, la sua vera passione
“Vivere lontano dalla propria città, a volte anche in contesti non semplici, ti costruisce una resilienza che non impari sui libri. E soprattutto ti insegna una cosa: la nostalgia ci sta, ma se vivi all’estero confrontando tutto costantemente con “come si fa in Italia”, fai fatica a crescere davvero. Per fare carriera fuori, devi smettere di guardarti sempre indietro.”
Ci racconti brevemente chi sei?
Sono Federica Del Fiume e dal 2023 lavoro in Qonto come ESG Manager. Sono nata in un piccolo paese del Salento, nel sud della Puglia, e sono cresciuta in una comunità molto piccola. Già da adolescente sentivo che quel contesto, per quanto bello e familiare, mi stava un po’ “stretto”: avevo bisogno di confrontarmi con realtà più grandi, ma soprattutto diverse. Mi sono sempre sentita un po’ controcorrente in quello che dicevo e facevo, e credo che sia stata proprio questa spinta a portarmi, passo dopo passo, fuori dall’Italia: prima l’università a Roma, poi Berlino, Parigi e oggi Francoforte.
Hai iniziato il tuo percorso nel controllo di gestione e oggi sei ESG Manager: cosa ti ha portato a questa transizione e quali competenze ti sono state più utili nel passaggio tra i due mondi?
Il mio percorso professionale non è stato lineare, e va bene così. Ho iniziato nel controllo di gestione, ma all’inizio ero anche molto indecisa: sognavo di fare carriera in medicina, poi in giurisprudenza o in architettura. Alla fine ho scelto Economia perché mi dava la possibilità di tenere aperte più strade e, se necessario, cambiare rotta. Ed è esattamente quello che è successo: nel tempo ho fatto esperienze diverse, passando dal controllo di gestione al product management, fino ad arrivare al ruolo ESG. Spesso mi chiedono come si faccia un “salto” così: per me la risposta è semplice. Servono adattabilità e competenze di project management solide; il resto si costruisce con curiosità, studio e, soprattutto, con la voglia di imparare sul campo.
C’è però un punto fondamentale: per me l’ESG non è solo un ruolo. È qualcosa che ha a che fare con i miei valori da sempre. La sostenibilità e le politiche sociali mi accompagnano da quando ero adolescente: parlo di lotta al cambiamento climatico, protezione dell’ecosistema, rispetto delle persone, inclusione, parità di genere. Oggi, semplicemente, ho la fortuna di poter lavorare su questi temi ogni giorno. Diciamolo: non è male essere pagata per credere in qualcosa.
Sei attiva nel mondo delle associazioni fin da giovanissima. Come è nato questo interesse e che ruolo ha avuto nella tua crescita personale e professionale?
Anche il mio impegno nel mondo associativo nasce da lontano. Sono sempre stata curiosa, energica, e per me le relazioni sociali sono state vitali: mi permettevano di esprimere idee in modo chiaro, ma soprattutto di trasformarle in azioni concrete, provando ad avere un impatto sulla comunità. Partecipare a tante associazioni, in fasi diverse della vita, mi ha insegnato a gestire meglio il tempo, a collaborare con persone che la pensano diversamente e ad allenare competenze di leadership che poi mi sono tornate utili anche sul lavoro. L’attivismo, se lo vivi davvero, non è un passatempo: è una scuola di vita, un esperimento sociale continuo che allarga il bagaglio culturale e ti aiuta a leggere dinamiche che vanno ben oltre la tua sfera personale.
Secondo te, quali sono gli elementi fondamentali per costruire una carriera internazionale, soprattutto in un settore in forte trasformazione come quello ESG?
Se penso a cosa serva per costruire una carriera internazionale, soprattutto in un settore in trasformazione come l’ESG, la risposta è: viaggiare, esplorare, uscire dalla comfort zone e rimanere aperti. Vivere lontano dalla propria città, a volte anche in contesti non semplici, ti costruisce una resilienza che non impari sui libri. E soprattutto ti insegna una cosa: la nostalgia ci sta, ma se vivi all’estero confrontando tutto costantemente con “come si fa in Italia”, fai fatica a crescere davvero. Per fare carriera fuori, devi smettere di guardarti sempre indietro.
Qual è stata la sfida culturale più forte che hai incontrato vivendo tra Roma, Berlino, Parigi e Francoforte? E come l’hai superata?
La sfida culturale più forte tra Roma, Berlino, Parigi e Francoforte? Accettare che, ogni volta, sei “l’estranea”. A Roma sei “quella del Sud”, a Berlino “l’italiana chiassosa”, a Parigi “l’italiana che parla con le mani”. In ogni città diventi un’etichetta diversa. La chiave è rimanere fedele a te stessa, ma anche adattarti al contesto. Ti senti spesso un pesce fuor d’acqua, e l’integrazione richiede sforzo. Poi però mi ricordo da dove vengo: un paese di neanche 14 mila abitanti, dove mi sono sentita fuori posto già allora. Quindi no, non può essere una scusa per fermarsi. È proprio questo che ti fa crescere e ti lascia un bagaglio culturale enorme.
Come immagini l’evoluzione del tuo percorso nei prossimi anni, sia in ambito professionale che nel tuo impegno associativo?
Guardando ai prossimi anni, sento parlare spesso di backlash sull’ESG e non sono notizie rassicuranti. Ma penso sia proprio il momento di essere resilienti: l’ESG non è una moda, è un approccio culturale e strategico di lungo periodo. Io continuerò a lavorare su questi temi, con l’ambizione di far crescere progetti sempre più rilevanti e, spero, anche il team. E sul fronte associativo, voglio continuare a far crescere IPN a Francoforte, magari unirmi ad altre realtà e avvicinarmi ancora di più alla cultura tedesca. Perché, alla fine, costruire una vita all’estero significa esattamente questo: mettersi in gioco, ogni giorno, un passo alla volta.
Cosa ti ha spinto a unirti a IPN e cosa ti sta dando questa esperienza?
Oggi, oltre al lavoro, sono IPN City Lead a Francoforte. Quando mi sono trasferita qui, quasi quattro anni fa, ho capito subito che la città era diversa: più piccola, più “tedesca” di Berlino, ma allo stesso tempo internazionale, con ritmi quasi da provincia. Integrarsi non è facile, soprattutto se lavori full remote come me. IPN è diventata una risposta concreta: un modo per creare connessioni e portare un po’ di conforto a chi arriva e non trova subito amici, punti di riferimento, o semplicemente qualcosa da fare insieme.
Mara Zatti
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